giovedì 29 dicembre 2011

Il destino di Liberazione

Non si tratta di essere o meno di rifondazione. Non si tratta di alcuna appartenenza. Né di semplice affetto. Il punto (la sopravvivenza di Liberazione, per chi non l’avesse capito) non sta neppure nell’interrogarsi se, a monte della chiusura, ci siano solo i tagli all’editoria, o anche errori di gestione, incompresi “passaggi epocali” dell’informazione (dalla carta a internet) eccetera. Tutta accademia che in questo momento è, o rischia di essere, inopportuna o almeno intempestiva. No: il punto (ora, adesso…) è capire che Liberazione forse non sarà un giornale così “figo” da “fare tendenza”, avrà (non voglio dire “avrà avuto”) i suoi difetti, non lo discuto… Ma è (non voglio dire “è stata”) una voce anti sistema. Se non l’unica, la migliore: sui fatti di Genova, su Aldrovandi, e molto altro ancora… Ci sarà tempo, domani, per le analisi argute, le polemiche (più o meno argute…), le sottili considerazioni sui tempi che cambiano. Adesso, ora, si tratta di “fare”. Ognuno, quello che può. Perché la voce di Liberazione vada avanti. Una voce “combattente”: per questo mi è cara.

lunedì 26 dicembre 2011

Io e Manuel a Torino per "Carlo Giuliani. Il ribelle di Genova"


io e Manuel De Carli, con Giuliano Giuliani, a Torino il 22 ottobre scorso. Ospiti di Patrizia Bellinelli (blog Open AR.S.-A spasso tra i libri) Libreria Millevolti (TO).

lunedì 19 dicembre 2011

Caro Mohamed

Per questo racconto devo ringraziare due amiche, che involontariamente mi hanno dato l’idea.
Lorena pochi giorni fa mi ha scritto “è sempre più difficile rispondere ai nostri figli quando ci domandano a bruciapelo: cosa ne pensi della manovra Monti?”.
Qualche giorno prima Amal ha definito il nuovo governo “il nostro plotone d’esecuzione” (cito a braccio, spero di non sbagliare: non trovo più il suo post su Facebook).
Mettendo insieme quei due frammenti m’è venuta voglia di scrivere il mio pensiero, e di farlo in un modo un po’ particolare. Ho unito anche l’uccisione dei due senegalesi a Firenze, ed è venuto fuori questo… Un po’ lungo, ma vi chiedo di dargli un’occhiata: spero vi venga voglia di leggerlo tutto…

*****

13 dicembre 2011

Caro Mohamed,
avrei voluto iniziare dicendoti “leggerai questa lettera quando sarai grande”: un po’ troppo melodrammatico. E, a dire il vero, non so se e quando la leggerai, se mai te la darò, e neppure – in fondo – perché sto scrivendo… Forse questo sì, lo so: scrivo perché non so cosa penso fino a quando non lo scrivo. E’ sempre stato così, e anche in questo momento in cui mi sembra di non capire nulla di quanto mi sta attorno devo scrivere, per avere almeno la percezione di “cosa” non sto capendo e illudermi di rivolgermi a qualcuno che saprà. Saprà vedere schiarito quell’orizzonte che a me pare tanto oscuro (se il futuro gliene darà i mezzi) e districarsi in quel grumo di contraddizioni che è tuo padre. Ora hai due anni, non puoi farlo, ma conto sull’uomo che diventerai.

Già ora sai che non ti abbiamo generato io e tua madre. Solo guardandoti attorno, pure alla tua età credo tu comprenda la differenza. Pensa: quando t’abbiamo adottato tua madre voleva darti “un nome italiano”. “Per non farlo sentire diverso”, diceva, “sai come sono i bambini…”. Gran brava donna, ma di certe cose non ha mai capito nulla. Io ho sempre disprezzato l’omologazione (non farti ingannare dalla parola integrazione: il significato è lo stesso) e ho sempre cercato di essere diverso. Sia chiaro, anche il voler essere diversi a tutti i costi è una sorta di snobistico conformismo: quella mia aspirazione, invece, è sempre stata solo la paura di perdere me stesso, fra gli altri… Ma non voglio parlare di me, scusami. Il punto, tornando alla scelta del tuo nome, era che qualsiasi tentativo sarebbe stato inutile, tu saresti stato comunque diverso. Per me, un bene; per altri, una cosa orribile; per tua madre qualcosa di assolutamente normale (i suoi timori non avevano nulla in comune coi pregiudizi di quegli stronzi) ma che, temeva, un giorno poteva farti soffrire. In ogni caso, lei voleva chiamarti Ilario. Mi sa che t’è andata bene l’abbia spuntata io…

Come e perché sei diventato orfano nessuno di noi lo saprà mai. Stavo riflettendo (te lo dico subito: non sarà la cosa più intelligente si possa pensare…) sul fatto che i tuoi genitori erano persone probabilmente povere, abituate a una realtà di sabbia e sole, a un orizzonte fatto di una sola linea che comunica con l’infinito, o almeno io l’immagino così. Noi, che tuoi genitori “lo siamo diventati”, siamo benestanti. Il nostro orizzonte è spezzato dal cemento, e al nostro clima umido d’estate e d’inverno sogniamo di fuggire, più che sperare di abituarci. Loro trattavano probabilmente l’acqua come una ricchezza, io solo quando sei arrivato tu ho cominciato a pensare a quanta ne spreco lavandomi i denti. Te l’ho detto, non è la riflessione più profonda si possa fare, ma in questo campo si rischia d’essere retorici o accademici. Con la mia ingenuità ho perlomeno evitato quei due pericoli.

Ti scrivo perché sono preoccupato per il tuo futuro, e questo non mi rende diverso dalla maggior parte dei genitori. Anche se l’origine della mia preoccupazione farebbe sicuramente sorridere i più, e probabilmente farà scuotere la testa a te, quando e se leggerai.
Devi sapere che fino a poche settimane fa il nostro governo era composto da tizi urlanti, arroganti, supponenti… Difficile persino descriverli a chi come te potrà avere la fortuna di non averli conosciuti. Oggi sono stati sostituiti da un gruppo di burocrati. “Tecnici” li chiamano, perché non sono stati eletti da nessuno. Il loro capo, il nuovo Presidente del Consiglio, l’ho visto poche sere fa alla televisione. Sembra un brav’uomo, intellettualmente onesto, colto e paziente, conscio del proprio ruolo di semplice “amministratore per conto terzi” (forse dovrei dire “curatore fallimentare”).
Anche qui è difficile spiegarti la sensazione straniante che provo. Io vengo da una cultura distante, dall’attuale e ancor più da quella in cui vivrai tu (non riesco a immaginarla, ma sicuramente sarà diversa sia dal mio passato che da questo presente). Una cultura secondo cui la partecipazione – diretta o per delega –alle scelte politiche era la base del vivere comune. “Democrazia” la chiamavamo. Non so se abbia più senso quella parola, né se in futuro tornerà ad averne uno assimilabile a quello a me conosciuto. Ormai l’Italia è parte di un sistema odioso e oscuro: farne parte è doloroso, uscirne sembra impossibile.
E’ difficile spiegartelo, se non con una metafora. Tutti noi c’illudiamo di essere padroni del nostro destino, singolo o collettivo, seppure nel perimetro circoscritto delle possibilità. Fuori, sta l’impossibile... Ecco, è come se quel perimetro si fosse drammaticamente ridotto in questi anni, ma noi all’interno non ne abbiamo la percezione. Continuiamo a muoverci dentro il recinto esattamente come prima: che le palizzate si siano avvicinate potremmo capirlo solo fermandoci a riflettere, ma non ce ne viene data spesso la possibilità. Del resto anche per un pesce rosso il proprio acquario è l’universo noto, e questo non cambia quando lo si mette in una vaschetta ancora più piccola. Fuori, in ogni caso, più che la libertà c’è la morte.

Per carità, può essere che io mi sbagli e che la politica non abbia poi tutta questa influenza sulla nostra esistenza. Pure una grave malattia o un incidente possono sconvolgere la nostra vita da un momento all’altro, ma noi non stiamo ogni giorno a pensare alla possibilità che ci succedano (l’aver paragonato la politica a un grave malanno o a una disgrazia è un’ironia involontaria, t’assicuro…). Dunque l’essere preoccupato per il tuo futuro in base alla pessima qualità in cui sembra navigare oggi il “vivere civile” forse è una sciocchezza. O, perlomeno, in cuor mio dovrei augurarmi che tu sia risparmiato da altre disgrazie: la politica, se davvero è tale, è destinata a tutti…
Però la preoccupazione rimane. Ti dicevo prima d’aver visto il nuovo Presidente del Consiglio, mentre illustrava agli italiani i sacrifici che gli sta chiedendo. Sembrava un medico che dice “Mi dispiace, lei ha un cancro. Non è colpa sua o mia, e io non posso fare molto. Possiamo tentare questa cura, la sola che io conosco, ma le prospettive non sono buone. Le consiglio di prepararsi e di sistemare le sue cose…”. Che dire?… Siamo uno dei paesi con la maggiore diseguaglianza di redditi. Fra chi ha troppo e chi non ha abbastanza per vivere, chi sta in mezzo vede l’asticella della sopravvivenza dignitosa alzarsi: saranno sempre di più quelli che, anche fra questi ultimi, scivoleranno verso il basso… Insomma: l’uomo che ho sentito parlare era meglio del disgraziato buffone che ci è toccato fino a ieri, ma al di là di ogni empatia e davanti a una diagnosi così grave uno vorrebbe anche provare cure diverse, non trovi? Perché ci sono, eccome se ci sono, solo che disturberebbero chi sta in cima alla piramide…

Mentre succede tutto questo, proprio oggi un tizio ha sparato a Firenze. Non a caso: ha ammazzato due uomini come te. E già m’accorgo dell’assurdo: “come te” e intendo “con la pelle nera”. Sarebbe una cosa nemmeno da precisare, non fosse che per l’assassino era proprio quello il movente, capisci? Diranno che era un pazzo, il nostro Breivik. In parte è vero, ma ciò non toglie che la “follia” del suo ultimo gesto è figlia coerente dei suoi “ideali”: razzismo, xenofobia, intolleranza… Tutte cose che imparerai – e imparerai a disprezzare, spero – dai libri di storia, gli stessi da cui saprai (ma su questo non conterei troppo) chi era Breivik.
Mi viene in mente che solo pochi anni fa un altro individuo affermò che agli immigrati bisognerebbe sparare col fucile. “Come ai leprotti”, precisò. Voleva essere divertente. Alcuni trattarono l’affermazione come cialtroneria, altri come un’esagerazione, altri ancora come una provocazione. Sbagliavano tutti, la reale interpretazione doveva andare al di là delle intenzioni di quel politico (di cui non farò il nome, il solo ricordarlo sarebbe un tributo che non merita). Quella frase era una spia linguistica di una regressione culturale, che si voleva negare o si preferiva non vedere.
L’assassino di oggi poi s’è suicidato. Vorrei non fosse così, ma provo un po’ di pena anche per lui. Non per qualche reminiscenza cattolica, ma al contrario per la mia assenza di fede. Per le mie convinzioni, a ogni essere umano viene data una sola vita, questa. Spiace vederla buttata via, e quel nostro simile ha fatto proprio questo, dopo aver dato concretezza con un duplice omicidio ai suoi “ideali”, odiosi e fatti d’odio. E poi, diciamolo: razzismo, follia… Entrambe parole insufficienti, anche mettendole assieme. Per descrivere certi abissi non esistono parole adatte, c’è solo lo sgomento.

Ho messo molta, troppa, carne al fuoco in questa lettera. E, lo so, le preoccupazioni che angosciano me oggi sono diversissime da quelle che dovrai affrontare tu da adulto. Credo però che le tue ansie future saranno figlie delle mie attuali. E, soprattutto, ogni singola schifezza con cui il genere umano deve fare i conti è frutto delle proprie azioni e della colpa di tutti. Di tutti: anche mia, persino tua… Dunque il nostro non è tempo perso; non il mio a scrivere, né il tuo – un giorno – a leggere.
Fra pochi giorni sarà Natale. Ti ho già detto di non essere credente, ma il Natale m’è sempre piaciuto. Mi sembra una parentesi di pace in mezzo a una quotidianità di rabbia e follia. E’ come se l’umanità, almeno qui da noi, volesse fermassi un attimo a riprendere fiato, a pensare, a guardare “l’altro” con sentimenti diversi. Poi si torna come prima, peccato…
Prendi questo mio sfogo come un semplice segno di premuroso affetto e di preoccupata attenzione per il tuo futuro. Un giorno, se il destino vorrà, guardando il passato ne potremo parlare assieme. Magari, spero, sentendoci sollevati… Ma questo starà a noi…

Tuo padre

giovedì 1 dicembre 2011

Prova e benvenuti

Allora: per chi non lo sapesse, splinder chiude (dismette il servizio, se preferite) e di conseguenza io (come molti altri) sono costretto a traslocare il blog...
Ok, bene così.  Un saluto a splinder, condito con lacrimuccia... E anche con un po' di stizza perchè non riesco a capire cosa diavolo devo fare per recuperare il contenuto del mio vecchio blog: sono riuscito a salvarlo in file xml, ma non c'è verso di farlo emigrare in questa nuova casuccia... gli sarà antipatico, chevvoletechevidica... (ovviamente: se qualcuno ha consigli ben venga... A patto che nel darmeli vi ricordiate che io - a livello informatico - ho a malapena i pollici opponibili).
In ogni caso: ora mi troverete qui... A presto...

mercoledì 9 novembre 2011

In memoria di Saidou Gadiaga

Occuparsi oggi dell’atroce fine di Saidou Gadiaga, senegalese morto a Brescia il 12 dicembre scorso in una cella della caserma dei carabinieri, è un dovere. Anche se farlo mentre il berlusconismo sta crollando può suonare strano: mentre un impero cade, occuparsi d’altro rischia d’apparire paradossale, o quantomeno una concessione al minimalismo. “E i politici han ben altro a cui pensare”, scriverebbe Guccini. Invece, proprio la storia di Saidou ci dice cosa è stato il berlusconismo.
37 anni, a Brescia da 15, Gaidaga non era un criminale. Ma tale era stato fatto diventare grazie al perverso intreccio di normative che, in nome dell’emergenza securitaria, trasforma in criminale chi, come lui, perde il permesso di soggiorno dopo aver perso il lavoro e non ottempera all’ordine d’espulsione. Fermato dai carabinieri locali, è morto nella cella di sicurezza della caserma bresciana, in seguito a un violento attacco d’asma. La versione ufficiale ha raccontato di un malore in cella, di un’ambulanza chiamata tempestivamente e del decesso in ospedale.
Oggi, uno scoop di Repubblica potrebbe portare alla riapertura del caso, frettolosamente archiviato. Gli elementi sollevati, grazie al video della telecamera che riprende le camere di sicurezza, vertono essenzialmente sulla scarsa prontezza dei soccorsi, sui momenti di terribile abbandono in cui viene lasciato il senegalese (mentre ansima in cerca d’aria, aggrappato alla porta della cella prima di accasciarsi), e infine sulle discrepanze rispetto alla versione dei carabinieri: stando all’autopsia l’uomo era già morto all’arrivo dell’ambulanza. Elementi che porterebbero a classificare la morte di Saidou come un ennesimo caso di abuso (o almeno negligenza) da parte delle forze dell’ordine. A rafforzare questo impianto (accusatorio, almeno sul piano morale) c’è pure il ricordo di quanto affermato, pochi giorni dopo la tragedia, dal comandante provinciale dei carabinieri di Brescia: "Ribadisco l'assoluta correttezza e trasparenza dell'Arma, attestata anche da immagini video … che documentano esattamente la dinamica dell'evento e attestano anche l'immediatezza dei soccorsi e il senso di umanità che … ha contraddistinto anche i carabinieri che hanno operato in questa circostanza" (Ansa, 18 dicembre 2010). L’ufficiale giunse a premiare il carabiniere in servizio presso la cella dove il senegalese era detenuto. “Per la sensibilità mostrata”, recita la stessa Ansa; il video di Repubblica racconta un film diverso: più un horror che una pellicola tragica ma sdolcinata e piena di buoni sentimenti.
Che tutto questo ci indigni è naturale. Ma anche fuorviante. Perché, ben prima della scarsa sensibilità dei carabinieri (in questo caso forse parzialmente derubricabile ad impreparazione nell’affrontare lo stato di un detenuto malato d’asma) e delle loro “verità di comodo”, va ricordato che il povero Saidou era un uomo tranquillo, che non aveva commesso reati, se non quello “di clandestinità”, introdotto da chi ha voluto cavalcare e alimentare la paura verso i migranti per costruire un consenso “di pancia”.
Per questo Saidou è stato fermato, per questo è morto. E per questo proprio la sua tragedia ci racconta a quali livelli di barbarie ci ha portato il berlusconismo, antropologicamente prima che politicamente, e dove ancora ci potrà portare, se ci illuderemo di averlo superato semplicemente accantonando Berlusconi.

Francesco “baro” Barilli

lunedì 17 ottobre 2011

Sui fatti di Roma

Solo ieri, a tarda sera, ho visto sulla bacheca Facebook di Amal una discussione su quanto successo sabato a Roma. Una discussione che, più che farmi “parteggiare” per Tizio o per Caio (fra quanti hanno preso parola sulla bacheca), mi ha lasciato perplesso. E quello stato d’animo è diventato qualcosa di peggio leggendo i giornali oggi, sentendo Di Pietro straparlare di Legge Reale, sentendo notizie di perquisizioni e arresti, leggendo di accostamenti fra la Val Susa e i disordini a Roma…

Lascio le mi riflessioni per punti.

1. La discussione (parlo sempre di quella sulla bacheca di Amal) si è in parte incentrata su “cos’è la violenza” e sulla domanda se rompere vetrine sia “violenza” o “azione diretta”. La semantica è una brutta bestia, non mi fermerei a quella. E’ pacifico che, in una situazione disastrosa come quella in cui viviamo, chi protesta non è detto che riesca a (o voglia) comportarsi come un Lord Inglese. Però, secondo me, in una manifestazione ci vai con un “progetto condiviso”: e mi sembra che la maggioranza dei manifestanti di sabato NON condividesse le azioni del BB (so che si tratta di un’etichetta inadatta: uso il termine per semplificazione, per capirci).

2. Io sono per la nonviolenza. Per inclinazione personale prima che per convinzione. Nel senso che sono fatto così: in un corteo fatico a gridare uno slogan; lanciare un sasso sarebbe una cosa, più che inaccettabile, per me innaturale. Ma so che all’interno di un movimento ci possono essere pratiche diversissime: però sarebbe bene parlarne prima, non dopo. Perchè se si vuole essere “interni” (a una manifestazione, a un movimento) le pratiche, anche diversissime, vanno condivise o almeno conosciute e accettate. Poi (sarò chiaro, visto che tutto voglio essere tranne che ambiguo) se chiedete a me un parere sulle “vetrine sfondate” (sempre per semplificare) vi dico non solo che non lo faccio e non lo farei, ma che la trovo una cosa stupida e controproducente – e su questo tornerò più avanti. Che poi in Italia chi rompe una vetrina sia condannato a una valanga di anni rispetto a chi rompe una testa con un manganello è tutto un altro discorso: uno stato di cose assurdo e che mi fa incazzare, ma ADESSO NON stiamo parlando di questo.

3. En passant (lo scrivo qui perché sennò mi dimentico: scrivo questi appunti in fretta, senza un ordine particolare) vi invito a leggere la riflessione di Rrobe sul suo blog: è molto interessante.

4. In un Paese normale dopo quanto successo a Roma il capo della polizia e il ministro dell’interno sarebbero sul banco degli imputati. Da noi invece si parla di ritorno alla Legge Reale… E se ne parla dall’opposizione, per giunta... Ora, questo cosa ci dice (oltre che siamo in un Paese totalmente squinternato)? Che qui, invece che litigare fra noi su cosa sia violenza e cosa sia l’azione diretta, sarebbe bene riflettere (MA ADATTANDOLA) sulla solita storiella del saggio che indica la luna e lo stolto che guarda il dico. Dico “adattandola” in primo luogo perché non mi va di fare la parte né del saggio né dello stolto. In secondo luogo perché qui qualcuno (non necessariamente un saggio) indica la luna: alcuni guardano il dito, altri la luna, nessuno si ferma a dire che l’uomo, col suo gesto, sta semplicemente distraendoci per non farci osservare cosa sta facendo con l’altra mano (magari si sta solo sfrucugliando i coglioni, magari peggio, non so).

5. L’assenza di conflitto e il conflitto violento non sono separati da un abisso, ma da un sentiero stretto. E prima di chiederci “da che parte stiamo” dobbiamo capire che, almeno in questo momento storico e alle nostre latitudini, il conflitto violento (oltre che respinto in termini etici, ma questo vale per me e – l’accetto – può non valere per altri) va respinto in termini pratici. Perché oltre a produrre repressione rafforza proprio lo status quo che si vorrebbe modificare. Per questo, tanto per fare un esempio, non bisogna pensare ai fatti di Genova 2001 come a esagerazioni (non conta se specifiche o numerosissime) delle forze di polizia: queste non avevano il compito di impedire o limitare i disordini, dovevano alimentarli.

6. A corollario del punto precedente: l’improvvisazione, anche quando generosa (ma questo, perdonatemi, non è il caso di Roma dell’altro ieri) non paga. La “provocazione creativa” va benissimo, ma non è esente da rischi, perché fra noi si celano ambiguità prima ancora che teste calde. Sono in troppi ad attendere che uno dei “nostri” perda il controllo per puntare poi l’indice indiscriminatamente su tutto il movimento. E se qualcuno di noi la fa fuori dal vaso è inutile lamentarci dicendo che si trattava di poche gocce, perché sappiamo bene quanto i media ci sguazzeranno, trasformandole in una pisciata colossale.

7. Lascio fuori da questi appunti (altrimenti diventano Guerra e Pace) la riflessione sugli “infiltrati”. Basti dire che ci sono stati (ci sta, è nell’ordine delle cose), sia che con questo termine si intenda uomini delle forze dell’ordine (o dei servizi) che si dilettano in dirty jobs, sia che si tratti di frange dell’estrema destra che, di tutta la manifestazione di sabato, condividono un generico “no alla globalizzazione e alla grande finanza”. Ma non è nemmeno di questo che stiamo parlando…

Francesco “baro” Barilli

lunedì 26 settembre 2011

L’Apocalisse di Simona

Ti guardi alle spalle. Niente di bello o da ricordare. La città si è fermata sul confine che non poteva oltrepassare e ha imparato a fare tesoro di quel limite: quello che altri chiamano lungomare per te è solo una catena di insegne commerciali.
Davanti a te il mare si offre come lo spettacolo dell’indefinito. Non è più estate e non è ancora autunno. Non è più notte e non è ancora giorno. Il cielo sereno sarà azzurro solo fra un po’, per ora l’acqua riflette e rende più cupo quel colore ancora incerto, lo fa suo e lo restituisce ricco di sfumature. E non ci sono suoni, anche il mare si limita a un rumore di fondo. Ti sembra giusto così: la vita, quella vera, si distingue da un film perché è privo di colonna sonora. Al massimo, un sottofondo.
Sulla spiaggia le sedie a sdraio sono tutte libere e ne occupi una. Scuoti la sabbia dalle ciabatte. E dalla pelle il desiderio di avere lui accanto. L’ombrellone accanto è chiuso, totalmente inutile in questa stagione e a quest’ora. E’ passato il tempo delle granite e del cocco, l’estate è uscita da un po’, ti sembra, dalla stessa porta da cui sei uscita poco fa, dopo che allo specchio hai visto il volto di un’altra donna.

Ti sei svegliata presto e sei andata nello studio. Hai guardato il pannello sul treppiede. Il ramo di un acero, le foglie rosse. Sullo sfondo, il cielo azzurro s’incupisce con pennellate più scure, sui bordi, e più chiare verso la chiazza bianca del sole. Col pennello hai aggiunto un altro ramo e altre foglie a destra. Poi con una spatola hai preso il blu e hai caricato maggiormente gli angoli del quadro, rendendoli più cupi. Ti sei allontanata, hai guardato il tutto per poi ripassare col blu tutto il bordo inferiore.
Poi lo sguardo ti è caduto sulla scrivania, hai aperto ancora la busta, hai dato un’occhiata al contenuto. E’ allora che ti sei guardata allo specchio e hai visto il volto di un’altra donna, una senza la tua paura. E hai deciso di uscire.

Ora ti allunghi sulla sdraio, la camicia bianca semiaperta sul petto, sui tuoi seni bellissimi e malati. Apri il giornale. Qualche guerra, da qualche parte. La crisi di governo sembra scongiurata. In città metteranno nuove fioriere a delimitare la zona pedonale, recentemente ripavimentata.
Senti uno scalpiccio frenetico sulla sabbia e una voce concitata. Un grosso cane s’è avvicinato, il padrone lo sta richiamando. Mi scusi, non abbia paura, è buonissimo, ti dice. Lo hai già capito, lo stai accarezzando sulla testa e sotto il collo. Non si preoccupi, rispondi. L’uomo si scusa ancora, chiama a sé il cane, che non vuole saperne di lasciare le tue coccole. Lui si siede sulla sdraio accanto alla tua.
“Scusi ancora. Ha quattro anni ma si comporta ancora come un cucciolo. Spero non l’abbia spaventata. E stia attenta, è tutto sporco”.
Sorridi e gli mostri le mani e i polsi, sporchi di rosso e blu. Stavo dipingendo, rispondi alla domanda inespressa nel suo sguardo, sporcarti è l’ultimo dei tuoi problemi.
“Lei dipinge? Cosa sta dipingendo, se posso chiedere? Ah, io mi chiamo Fabrizio”.
Non ricambi col tuo nome. Foglie d’acero che si stagliano nel cielo, dici.
“Ed è venuta qui per stare un po’ in pace… E’ giusto, è bellissimo a quest’ora. Il mattino ha l’oro in bocca, si dice”.
Raramente, rispondi. Di solito, come questa mattina, è giallo ma non è oro (pensi, ma non vuoi essere volgare), altre volte è vero.

Pochi giorni prima era stato vero. Era mattina presto quando avevi visto che lui stava tornando, stavi guardando la strada dalla finestra del bagno. Dico visto, ma sarebbe più giusto dire sentito. Lo sentivi dentro che stava tornando, nell’esatto istante in cui avevi deciso di affacciarti, fregandotene se eri nuda e qualcuno poteva vederti. Ti eri appena fatta la doccia, ti sei avvolta una salvietta attorno alla vita e sei corsa ad aprire nuda dall’ombelico in su. Non sai il perché, certo non per presentarti a lui come un’amante che lo attendeva a braccia aperte.
Forse tu non capivi perché l’avessi fatto, certamente lui ha capito che non c’era nulla di erotico in quel gesto. Sì, una volta aperta la porta è rimasto sorpreso, ma poi ha fatto esattamente quel che era giusto fare. Non ti ha guardato i seni, anzi, chiusi gli occhi ti è sembrato smarrito. Poi si è passato una mano fra i capelli e ha gettato la testa indietro, credi faticasse a trattenere le lacrime. Non potevo andare via, ha detto. Lo speravi, hai pensato, senza dirlo. Ti è sembrato il momento più intenso, se non il più bello, della tua vita. Sprofondare nei suoi occhi, sentire come se il mondo fuori fosse solo la cornice atroce della vostra esistenza.
L’hai fatto entrare, vi siete seduti sul divano. Scusa, dovevo tornare e, sì, ho avuto paura, ha detto. Gli hai preso le mani. Le vostre dita si sono incrociate, e quello sì è stato un attimo quasi erotico. Non l’erotismo del desiderio, ma quello di un gesto che testimoniava due vite indissolubilmente intrecciate.
Lo so che hai paura, hai risposto, e anch’io ne ho. Ed era vero ed era falso al tempo stesso, perché in quel momento non avevi né paura né rabbia. Forse nostalgia.
Vuoi un caffè?, gli hai chiesto. Ti ha guardata in modo un po’ strano, come a farti intendere che gli sembrava una cosa stupida. Voglio solo sentirne l’odore, capisci?, hai spiegato. Ha sorriso, capiva. Dopo un paio di minuti l’aroma caldo del caffè riempiva la stanza e ha compreso ancora meglio.
Poi dovrai andartene davvero; è così che voglio, hai aggiunto, rispondendo al suo sguardo. Ti sembrava giusto, anche se doloroso per entrambi. Sapevi che lui, senza condividerla, avrebbe rispettato la tua scelta.

Il cane si è gettato nell’acqua. Sembra felice come può esserlo solo un animale. Lo pensi, ma senza neppure accorgertene lo dici. E l’uomo di nome Fabrizio ti guarda come se tu fossi un oracolo che ha pronunciato una verità terribile e bellissima.
“Dai, vieni qua!”.
La bestia torna dal suo padrone, si scuote sollevando una nuvola di acqua e sabbia. Voi vi voltate, provando a ripararvi come potete. Fabrizio scrolla il suo panama dalla sabbia, poi ti passa una salvietta per pulirti e lo ringrazi.
“Beh, credo che l’abbiamo disturbata abbastanza. Vedo che ha altro a cui pensare, la lascio in pace”, dice l’uomo.
Lo guardi indossare il suo cappello e andarsene, per fermarsi dopo pochi passi.
“Non mi ha detto come si chiama…”.
Simona, rispondi.
Lui porta una mano al panama come saluto.
“Bellissimo nome… E buon lavoro per il suo quadro!”, dice.
Gli sorridi. Pensi che dopo chiamerai lui, gli dirai di tornare. E ti senti ridicolmente felice.

mercoledì 7 settembre 2011

Maria dammi la mano

Maria dammi la mano, disse mio padre. Intendeva dire “dammi la mano, ho paura, sento che stanno per arrivare e questa potrebbe essere l’ultima volta che stiamo insieme”. Era il 1944 e mio padre era nascosto nel rifugio, in casa, sui colli del piacentino. Non ricordo se si trattasse di una botola ben occultata, sotto l’assito di legno del pavimento, o di un’intercapedine di fortuna, ricavata in una stanza. Comunque sia, lui sentiva i passi dei tedeschi, la loro voce tagliente e urlata (tagliente e urlata come sa essere la lingua dei tedeschi). Si era rifugiato lì con la fidanzata, Maria. Temeva che quelli potessero essere gli ultimi istanti con lei, così disse: Maria dammi la mano.
Invece no, non andò così. Mio padre me l’avrà raccontata non so quante volte quella storia. Sì, lui era nascosto. Col cuore in gola sentiva le voci e i passi e temeva che quella fosse la fine. Ma, in quell’anfratto buio, fra sé e la morte solo un assito di legno (orizzontale o verticale non importa) non era con la fidanzata – neppure so se ne avesse una, all’epoca – ma con uno dei suoi fratelli. Piero o forse Bruno. Mi sembra fosse Bruno, ma ormai non posso più domandarglielo.
Maria è stata la mia di fidanzata, oggi è mia moglie. E sono io, adesso, protetto da quell’assito di legno, col cuore in gola. O, almeno, se ci fossi vorrei essere lì con lei. E le direi “Maria dammi la mano, perché ho paura. Sento che stanno per arrivare e questa potrebbe essere l’ultima volta che stiamo insieme”.

Io non lo so se mio padre fosse armato, in quel rifugio. Mi sembra d’averglielo chiesto e che lui m’abbia risposto di sì, che se fosse stato necessario avrebbe sparato e avrebbe, come si dice, venduta cara la pelle. Ma non ne sono più sicuro. Sicuro sono che, da bambino, gli chiesi tante volte se avesse ucciso qualcuno, fra i fascisti, fra i nazisti. Rispondeva solo che, sì, qualche volta aveva sparato e forse qualcuno l’aveva beccato. Ma se ho ammazzato qualcuno, diceva, l’ho fatto perché andava fatto, non perché fosse bello.
Così mi diceva. E a me – bambino – non piaceva quella risposta. Perché io avrei voluto vedere mio padre come un eroe con in braccio il suo fucile (ma lui sparava col mitra, precisava) ad ammazzare i cattivi. Quella risposta mi sembrava un po’ codarda. Cioè, meglio, era contraria al mito che io volevo vedere in lui. E invece era una risposta bellissima. L’ho capito da grande, e quando sento chi dice “la violenza è sempre sbagliata, non risolve nulla”, penso alle sue parole. Dicono che la violenza può essere necessaria, ma a due condizioni: che la usi solo perché non hai altre soluzioni e che, soprattutto, dopo averla usata tu ti senta un po’ più schifoso di prima. Perché noi uomini facciamo sempre un po’ schifo, è bene ricordarcelo. Lo facciamo un po’ di più dopo che abbiamo usato violenza, anche se magari era proprio necessaria. Quando a volte vorrei essere più manicheo penso a quella frase. Non mi capita spesso – desiderare di essere manicheo, intendo – ma a volte sì: la vita è più semplice da decifrare se dentro di te poni un netto contrasto fra bene e male. Ma in quel modo so rimediare alla tentazione.

Mai capito perché tanti partigiani l’abbiano sfangata, dietro un’intercapedine o sotto una botola. Così tanti che l’episodio che ho raccontato può sembrare artefatto. Invece è vero, mio padre me lo raccontò, anche se non so più se assieme a lui ci fosse Piero o Bruno, fra i suoi fratelli. E lui se la cavò, i tedeschi se ne andarono. E adesso ci sono io là sotto, con mia moglie e le dico “Maria dammi la mano” mentre penso se lui abbia mai ucciso qualcuno. Cosa disse davvero lui in quei momenti non lo so: probabilmente tacque e basta.

Non ho mai sognato mio padre mentre era in vita. L’ho sognato – ma raramente: non sogno quasi mai – dopo che è morto, il 13 ottobre 1996. Il sogno è sempre uguale. Io e lui su una collina. Lui spinge una carriola lungo il pendio, in salita, poi si ferma. Respira a fatica, ma è sereno. Io gli chiedo se vuole una mano, e nel sogno sento una strana angoscia, immotivata visto l’ambiente che ci circonda, così silenzioso e tranquillo. Non credo ci voglia un grande psicologo per interpretarlo: un peso, la fatica, il senso di colpa per non averlo aiutato a spingere quel suo peso.

Una delle ultime volte che l’ho visto era in ospedale. Sarà stato un mese prima del secondo infarto, quello che l’avrebbe portato via. Quando entrai nella stanza era a letto, stava guardando una foto che gli avevo lasciato: ritraeva lui assieme al mio primo figlio, l’unico nipote che avrebbe conosciuto. Ripose la foto sul comodino, si asciugò gli occhi con una mano, ma molto velocemente. Era un uomo “di una volta”, ex partigiano, poi poliziotto e poi ancora operaio tornitore (per un comunista è troppo difficile restare in polizia, diceva): uno così non piange, specie davanti al figlio maschio. Parlammo tranquillamente. Ricordo che bevve dell’acqua a collo dalla bottiglia, me ne offrì in un bicchiere. Non gli dissi nulla di come l’avevo visto: bene così.
A volte delle persone care che sono scomparse ricordiamo l’ultima volta che le abbiamo viste e ci convinciamo che loro sapevano della fine imminente. Di solito è solo un’impressione, il cedere alla tentazione di essere stati profeti del futuro altrui e poter così pensare di saper essere indovini anche del nostro. Altre volte non è un’illusione: quel giorno vidi nei suoi occhi il rimpianto per quel po’ di vita che avrebbe voluto e che – sapeva – gli stava per essere tolto. Perché mio padre era un piccolo pezzo d’uomo (novanta chili compatti, due mani come tenaglie) ma aveva un cuore ingenuo e, a settant’anni, già troppo stanco. Dormiva con i denti in un bicchiere, io dormo ancora assieme ai miei e questa forse è la differenza fra un giovane e un vecchio.

Quando è morto ricordo che stavo mangiando un budino al cioccolato. Uno speciale, l’aveva fatto Maria con una ricetta trovata su qualche rivista. Col cioccolato fondente, brandy e scorza di limone.
Poi, dopo la telefonata, sono arrivato a casa sua, trafelato. Poi ancora ricordo poche frasi. Alcune dette, altre solo pensate. Dov’è mia madre? Dov’è lui? Ha sofferto? Devo vederlo. Non lo vedrò più.
Poi più nulla, fino all’imbocco del nulla. Fino ai suoi capelli e alla sua fronte fredda, quando hanno sollevato il cristallo della bara e il trapano ha cominciato ad avvitare. E’ allora che ho visto, all’uscita del nulla, un uomo giovane e forte guardarmi mentre, appena nato, sto strillando. Guardarmi e gioire perché sono un maschio. E bere e offrire da bere, per festeggiare. Perché al terzo tentativo è arrivato il figlio col pisellino fra le gambe.
Poi ancora – ma adesso siamo all’oggi – lo vedo nascosto al buio, in un rifugio improvvisato, il cuore che batte all’impazzata, ma è un cuore giovane, non ancora stanco. E dice Maria dammi la mano.

Così si chiude il cerchio. Ora mi immagino d’essere io lì dentro, con mia moglie, a dire la stessa frase che lui non pronunciò. Poi spengo un’altra sigaretta, clicco sul tasto print e il fischio della stampante mi restituisce questi tre fogli.

lunedì 22 agosto 2011

BeccoGiallo, non sciacallo

Una regola base dell’informazione è che se vuoi scrivere su una data faccenda devi “stare sul pezzo”, essere tempestivo. Un’altra è: evitare lunghe premesse, andando subito al sodo. Due regole valide da sempre, ma che nell’informazione sul web sono addirittura considerate sacre: le disattenderò entrambe.
Scrivo in ritardo perché quando è uscita “la faccenda” (tranquilli: tra un po’ spiego tutto… e comunque dal titolo dovrebbe esservi già chiaro) ero in ferie. Della notizia ho saputo telefonicamente da un amico.
La lunga premessa, invece, vi arriva un po’ perché c’è parecchio da dire, un po’ perché saranno necessarie spiegazioni su “perché” e “come” scrivo questo pezzo, un po’ perché sono fatto così, punto. Inoltre, vi avverto che per seguire davvero tutto dovrete fare uno slalom fra links e citazioni che fra poco troverete, costringendovi a una lettura lunga e complessa (restando forse alla fine col pensiero che sia io sia voi potevamo usare meglio il nostro tempo).

La “faccenda” consiste in uno “scherzo” di Paolo Interdonato sul suo blog: un articolo in cui Interdonato ha “inventato” un libro (“Amy Winehouse. Fatta di musica”) attribuendolo a due autori e un editore reali (Andrea La Provitera, Niccolò Storai, BeccoGiallo).
La burla è in due tempi: prima la “goliardata” (qui); poi il momento in cui si “svela il messaggio” (qui), messaggio che Interdonato stesso sintetizza così: “Ho recensito un libro che non mi interesserebbe, edito da una casa editrice che reputo progettualmente agghiacciante, scritto disegnato e prefato da gente il cui lavoro preferisco ignorare” (rimando ai links precedenti per la lettura integrale).

Se volete approfondire, oltre ai due links succitati potete leggere diversi interventi (e i relativi commenti degli utenti in ogni blog):
Roberto Recchioni (prima qui e successivamente qui)
Michele Ginevra
Diego Cajelli
Giorgio Messina

(sicuramente qualcuno mi sfugge: ho linkato solo gli interventi che ho visto).

In questi interventi troverete un panorama assai variegato di opinioni. Alcuni attaccano BeccoGiallo, altri la difendono. C’è chi va dritto al punto: In sostanza è un attacco a Becco Giallo e ai suoi autori mascherato da scherzo; o ancora: La "satira" di Spari contiene un giudizio verso Becco Giallo riassumibile in "sciacallo" e verso gli autori citati. riassumibile in "mercenari disposti a tutto per un minimo di visibilità".
Altri hanno pareri più articolati, sono interessati a una discussione più ampia e stimolante. Di questi cito Cajelli e Recchioni.
Il primo risponde a Storai: Il tuo fastidio lo capisco, sia chiaro. Però, secondo me, non è un attacco verso di te. … E' un "attacco" alla "tua categoria". Per "categoria" intendo: un disegnatore emergente, con diverse esperienze alle spalle, impegnato in progetti alternativi. ovvero il disegnatore che di solito lavora o può lavorare per Becco Giallo.
Recchioni: Il problema non è che "La Becco Giallo fa i libri sui morti". Il problema, alle volte (e non sempre perché ci sono ottimi libri nel catalogo Becco Giallo) è quello che gli autori hanno da dire a riguardo.
(va da sé che qui sto facendo una sintesi brutale: consiglio di leggere integralmente gli interventi – vedi links sopra – fra cui quelli di Cajelli e Recchioni).

Ora scopro subito le mie carte: come difensore del BeccoG vanto scarsa credibilità per le mie collaborazioni con loro. Inoltre (lo scrissi già in passato) non posso negare che anche solo inconsapevolmente il mio rapporto con Guido Ostanel e Federico Zaghis potrebbe deviare il mio giudizio verso il positivo: son tutte cose che ammetto per trasparenza. In ogni caso proverò a essere il più obbiettivo possibile; e riprenderò in parte considerazioni che feci in altri interventi, ivi comprese cose che ho raccontato poche settimane fa in un’intervista fattami da Carlo Gubitosa.

Come scrittore e mediattivista nasco con i giorni del G8 genovese del luglio 2001. Poco dopo quei fatti fu un mio caro amico a chiedermi di scrivere per un sito internet di informazione alternativa da lui creato. Da lì poi è nato anche reti-invisibili eccetera. Ciò che ne è seguito è sempre conseguenza del percorso nato a Genova, ve la faccio breve, la mia bio non credo interessi a nessuno (neanche a me, dopotutto: ma in quest’occasione è necessaria, a corollario di quanto dicevo al capoverso precedente).
Lettore di fumetti lo sono da sempre. Alla fine dei ’90 cominciarono ad apparire in internet i primi forum di discussione sui comics; in questo ambito fui avvicinato da Marco Rizzo, che stava lavorando sul suo fumetto su Ilaria Alpi. Se non sbaglio era il 2007: Marco mi conosceva come coordinatore di reti-invisibili, sapeva che avevo già intervistato i genitori di Ilaria e mi chiese di occuparmi dei redazionali. Da qui nacque la mia conoscenza con Guido e Federico del BeccoGiallo, che negli anni seguenti mi affidarono la cura di altri apparati: dopo Ilaria Alpi, il prezzo della verità per loro ho seguito Dossier Genova/G8, Il delitto Pasolini, Peppino Impastato, un giullare contro la mafia. Poi sono arrivate le sceneggiature: Piazza Fontana, disegni di Matteo Fenoglio, e Carlo Giuliani, il ribelle di Genova, disegni di Manuel De Carli.

Ho già parlato troppo di me, ma almeno ho chiarito il mio “conflitto d’interessi” come “difensore” del BeccoGiallo. E veniamo al dunque: stiamo parlando di un editore “sciacallo” o “pappa cadavere”, tanto da poter essere chiamato “BecchinoGiallo? Per loro, per i loro autori, “i personaggi di cui parlano sono SOLTANTO dei morti” (per citare qualche commento dal blog di Interdonato)? E sulla qualità media dei prodotti della casa editrice padovana che dire?
Davide Occhicone ricorda una sua recensione di Thyssenkrupp (Di Virgilio – De Carli) in cui, già un paio d’anni fa, affrontava la questione con pacatezza e senso della misura: Le critiche hanno spesso riguardato la qualita’ delle opere e l’opportunita’ di occuparsi di determinati argomenti (e solo di quelli) magari dando l’impressione di voler speculare su eventi luttuosi. La questione qualita’ … e’ indubbio che, anche solo quella “grafica”, in alcuni volumi non e’ propriamente eccelsa … Il discorso “opportunita’” e’ forse ancora piu’ semplice … E’ da finte educande scandalizzarsi o accusare la Becco Giallo di “approfittare” di tali tragedie (neanche fossero fonti di chissa’ quali guadagni miliardari…). Come linea editoriale sara’ vincente o perdente (lo decide il mercato), ma e’ sicuramente legittima; e non e’ il raccontare una storia realmente avvenuta a rendere un fumetto morboso (o di successo). … Va da se’ …  che le ultime uscite … stanno mostrando, a parziale risposta al primo gruppo di critiche, anche un discreto salto in avanti per quel che riguarda la media della qualita’ sia dei testi che dei disegni e, infine, anche per stampa e qualita’ editoriale.

Preciso: io non sono un lettore onnivoro del Becco. A parte le cose scritte da me (o comunque su cui ho collaborato) ho letto anche altra roba loro, ma non tutto. Alcuni libri mi son piaciuti, altri meno; e sicuramente nel loro catalogo ci saranno lavori più riusciti, altri meno e ciofeche pazzesche: è fisiologico che i risultati artistici siano altalenanti; a mio avviso rientra nei normali rischi di qualsiasi catalogo a cui si cerchi di dare un’impronta “a tema”.
Ma il punto è che di “instant book” nella loro lista-uscite non ne ricordo (oddio, forse il recente su Assange). C’è una scientifica attenzione a far cadere le uscite in corrispondenza di anniversari, certo. E anche questo mi sembra normale: è un atteggiamento pragmatico, non lo definirei né sciacallaggio né cinismo: ormai si tratta di sopravvivenza editoriale, per BeccoG come per altri. Infatti vorrei mi si spiegasse perché dovrei valutare diversamente l’operazione di Rizzoli Lizard che pubblicherà il libro sul decennale dell’11 settembre, con tanto di corazzata mediatica/pubblicitaria già in azione da giorni (fermi tutti: so benissimo che in quel lavoro ci saranno Bilal, Mattotti, Spiegelman e altri grandi nomi che NON sto accusando di sciacallaggio o altro: qui stiamo parlando dell’approccio di case editrici verso lutti o tragedie e dello “sfruttamento” – anche commerciale – degli anniversari: in questo vedo l’analogia). E Carlo Lucarelli era solo il becchino di Blu Notte? Ci sarebbero molti altri esempi, anche restando solo nel campo fumettistico. Forse le cose sono un po’ più complesse…

Sia chiaro: non credo che Guido e Federico siano santi o eroi dell’informazione. Hanno il loro tornaconto dal proprio catalogo? Certamente sì, altrimenti starebbero già vendendo collanine lungo le vie di Padova. Ma, come osservava con altre parole Occhicone nel passaggio che ho citato sopra, non si diventa belli ricchi e famosi scrivendo di stragi e morti ammazzati. Questo posso confermarlo personalmente, al di là delle mie collaborazioni con l’editore: da quando seguo queste vicende e coordino reti-invisibili.net ho conosciuto i familiari di Fausto e Iaio, il fratello di Impastato, la mamma di Federico Aldrovandi, i familiari delle stragi di Piazza Fontana, Ustica, Piazza Della Loggia, Via dei Georgofili, i genitori di Ilaria Alpi, i ragazzi pestati alla Diaz o i genitori di Carlo Giuliani e altri ancora: i benefici che ne ho tratto non sono visibili dal conto corrente…

Quando si parla (o scrive) di certi fatti si “gioca” anche sul dolore di persone vive che ricordano quelle morte, e Guido e Federico lo sanno. Almeno per quanto riguarda i progetti che ho seguito direttamente posso testimoniarlo: Il fumetto su Genova di Gloria Bardi e Gabriele Gamberini era completato da una mia intervista a Enrica Bartesaghi e Lorenzo Guadagnucci (del Comitato Verità e Giustizia per Genova) e anche in quel caso il Comitato fu coinvolto nel progetto. Idem dicasi per Peppino Impastato, con contatti con Salvo Vitale, storico compagno di Peppino, e col fratello di Peppino (quest’ultimo coinvolto direttamente da Marco Rizzo). Su Ilaria Alpi ho già detto (e confermo che i genitori di Ilaria – all’epoca era ancora vivo anche il padre Giorgio – furono soddisfatti del lavoro). Al fumetto sulla strage di Bologna non collaborai (all’epoca non conoscevo neppure il BeccoGiallo), ma ricordo che Paolo Bolognesi, presidente dell’Associazione delle vittime di quella strage, espresse apprezzamento per il lavoro, per il quale scrisse un intervento. Per i due libri che ho sceneggiato posso dire che fin dall’inizio io e i miei “compagni di viaggio” (Matteo e Manuel) abbiamo contattato gli interessati: nel primo caso l’associazione dei familiari delle vittime di Piazza Fontana, nel secondo i familiari di Carlo Giuliani.

Intendo dire che, per quanto a mia conoscenza, da parte del BeccoGiallo c’è stata la doverosa attenzione di contattare quelle persone che si sarebbero sentite coinvolte (e, in ipotesi, ferite) dalla trattazione dell’argomento. E questo è tutto fuorchè sciacallaggio. In Guido e Federico ho conosciuto due persone appassionate, dotate di spiccata coscienza civile e con un sincero interessamento verso le tematiche che volevano trattare.

Ma è davvero così difficile concepire che in Italia si possa fare fumetto con un approccio che non sia né il “pop” bonelliano né l’intimismo (scusate il terribile termine: non me ne viene uno migliore…) della Coconino? Magari parlando di realtà, di storia (italiana e non solo). Magari con un taglio divulgativo, ma laddove “divulgativo” non ha un’accezione dispregiativa né è da leggersi in contrasto con “autoriale”…

Non capisco perché non lo si capisca. E ancor più non comprendo perché questo “disagio” debba alimentare la tendenza allo “sputtanamento livoroso” (definizione azzeccata che ho letto in qualche commento del blog di Interdonato, purtroppo ora non trovo il post per citare l’autore). Per fare crescere il media fumetto non è necessario introiettare le peggiori abitudini di altri media (la macchina del fango non è stata inventata dalla politica).

Resta ancora poco da dire (coraggio, ho quasi finito…). Innanzitutto: solidarietà a La Provitera e Storai, gli autori coinvolti nella “goliardata” di Interdonato. Non conosco i due interessati (né loro né i loro lavori, intendo) ciò non toglie che la solidarietà è sincera (e per fortuna altri – ho visto – gliel’hanno già espressa).
In secondo luogo: ho visto che nella cover-fake di Amy Winehouse è stata utilizzata come sfondo la cover di Manuel De Carli per Carlo Giuliani, il ribelle di Genova. Anche in questo caso mi sembra un atteggiamento poco rispettoso, ma sembra che clonare la cover di Manuel sia uno sport nazionale, di questi tempi (lo so, sono criptico: Manuel, tu mi hai capito e questo conta… Si vede che la tua cover è proprio piaciuta…).

Ho scritto quanto volevo scrivere. Sull’argomento non ci saranno altri miei interventi, con sollievo di quanti hanno avuto la pazienza di leggere fin qui. Godete gente: abbiamo finito di perder tempo.

Francesco “baro” Barilli

giovedì 4 agosto 2011

Commenti, novità, presentazioni su “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova” - parte 5

A questo link trovate l’intervista che Carlo Gubitosa mi ha fatto per mamma.am. Nell’intervista parlo sia di “Carlo Giuliani” che di “Piazza Fontana”, dei miei amici Manuel e Matteo, della mia “idea di fumetto”… Di tante cose, insomma, a costo di annoiarvi…

C’era anche un’altra bella intervista, stavolta a Manuel (realizzata da radio città aperta proprio il 20 luglio 2011, nell’anniversario), ma purtroppo non riesco a postarla (e se qualcuno a questo punto dice “hah! E questo sarebbe un mediattivista?!” ha perfettamente ragione).

Per chiudere, una segnalazione:

SABATO 27 AGOSTO
- ore 19.15
Aperitivo con l'autore
Tiziano Tosarelli incontra Francesco Barilli, coautore della graphic novel "Carlo Giuliani: il ribelle di Genova" Beccogiallo 2011 e uno degli scrittori del libro collettivo “Per sempre ragazzo” Tropea 2011 - con la partecipazione di Marco Trotta, giornalista di Carta.org”
(tutto questo alla festa di Liberazione di Imola)

sabato 30 luglio 2011

Intervista a Manuel De Carli

Una bella intervista a Manuel De Carli, mio amico e coautore di "Carlo Giuliani, il ribelle di Genova". E' anche un'occasione per parlare del fumetto come arte, come forma espressiva, per capire la passione e la professionalità di Manuel: leggetela.

Norvegia: il dolore e l’ipocrisia

Mi fa un certo effetto scrivere di un fatto terribile come quello avvenuto in Norvegia pochi giorni fa; me ne fa ancora di più pensando che tutti ne hanno già parlato, dicendo tutto quello che c’era da dire. Sulla strage in sé; sul ritratto psicologico e “ideale” dell’omicida; sul riflesso pavloviano che ha portato i giornali di destra ad attribuire inizialmente la strage al fondamentalismo islamico; sul riflesso (questo tutt’altro che pavloviano) che ha portato successivamente gli stessi quotidiani ad ardite elucubrazioni di pensiero per dire che, in fondo, la strage di Oslo e Utoya non deve farci riflettere sul fondamentalismo cristiano, ma sul multiculturalismo (Allam, Nirenstein), sulla presunta pavidità antropoligica delle nuove generazioni (Feltri), sull’inadeguatezza della pena (21 o forse trent’anni) prevista per Breivik. E taccio di Borghezio, che un merito l’ha avuto (vedremo in seguito…).
Siccome, dicevo, più o meno è stato già scritto tutto, nel bene e nel male, aggiungo i miei due cents di contributo come riflessioni sparse.

1. Generalmente chi come me è convinto della natura rieducativa della detenzione (ed è quindi contrario tanto alla pena di morte quanto all’ergastolo) è accusato da destra di buonismo; nel migliore dei casi viene bollato come un inguaribile sognatore, privo di quel senso pratico che dovrebbe farci capire che la vita è dura e pretende a volte durezza nelle nostre decisioni conseguenti (non è così, in sostanza, che si giustificano anche le guerre?). Proverò dunque ad affrontare l’argomento proprio con “sano pragmatismo”, senza ricorrere al profilo etico che mi fa essere contrario in via di principio a una concezione punitiva della pena.
Innanzitutto: di stragi perpetrate da folli solitari (posto che davvero l’episodio norvegese sia così inquadrabile) ne avvengono anche in paesi che prevedono pene elevatissime fino a quella capitale. Gli USA ne sono un perfetto esempio: non mi sembra che neppure la pena di morte funzioni da deterrente; del resto è nella natura umana che proprio i folli non fermino le proprie azioni per paura delle conseguenze.
L’ho già detto in altra occasione: se davvero esiste il buonismo, certamente esiste il cattivismo. E sono un po’ stufo di vedere considerato il secondo meno grave e soprattutto più “realista” del primo. Quindi mi limito a ricordare che in paesi come la Norvegia (così come in tutte quelle realtà che sperimentano un carcere non tanto – o non solo – “più umano”, ma imperniato sul recupero del condannato) il tasso di recidiva è un terzo del nostro.
Ma, m’accorgo, tutto questo mio delirio sulla “umanità della pena” poteva essere più efficacemente sintetizzato da questa bellissima frase di Tore Sinding Bekkedal, sopravvissuto di Utoya (trovata sul web): “Vi prego, non fatemi leggere messaggi pieni di rancore, di sostegno alla pena di morte, o qualcosa di simile. Se qualcuno crede che qualcosa migliorerà uccidendo questa piccola persona triste, ha profondamente torto”. E, aggiungo io, se qualcuno a questo punto è ancora interessato al dibattito “21 anni?, 30 anni?, ergastolo?” è inutile che io prosegua…

2. Fermo restando quanto detto sopra, fa specie leggere così tanti sinceri “liberalgarantisti” chiedere la pena capitale per Breivik e applaudire convintamente una norma che porta a 18 mesi la detenzione nei CIE per soggetti che non hanno commesso nessun reato. E desta uguale amarezza pensare che gli stessi commentatori “liberalgarantisti” non si siano mai stracciati le vesti, ch’io sappia, per il fatto che le stragi italiane da Piazza Fontana al Rapido 904 siano rimaste con poche eccezioni prive di colpevoli consegnati alle patrie galere. Mi verrebbe da aggiungere un capitolo sui “cattivi maestri” del terrorismo neofascista (una postilla: chissà perché quando si parla di cattivi maestri si allude solo a quelli riconducibili – anche con molte forzature – al brigatismo…) e su cosa facciano oggi. Quel capitolo non lo aprirò. Dirò solo che molti sono tuttora in vita e “accomodati” in postazioni ancora più confortevoli del “carcere a 5 stelle” (così è stato definito) dove è confinato Breivik.

3. Di solito dopo le stragi la condanna è unanime. Verso gli attentatori, ma pure verso la loro matrice ideologica. Nel “caso Norvegia” così non è stato e tutti si sono affrettati a definire Breivik un pazzo isolato, punto. Che il massacratore di Oslo e Utoya sia mentalmente disturbato è certo e che abbia agito da solo probabile. Ma che dietro il suo gesto ci sia un’ideologia, un “movente culturale”, è altrettanto pacifico: l’ha spiegato lui stesso, molto chiaramente. L’etichetta di cristiano fondamentalista se l’è attaccata da solo, e una parolina di condanna anche in questa direzione non avrebbe stonato.

 4. Quasi dimenticavo “il merito” di Borghezio. Ebbene, è stato l’unico ad ammettere candidamente che qui in Italia le teorie di Breivik (le teorie, certo, non la follia omicida) sono entrate da parecchi anni nel lessico comune ad ogni livello, fino ai palazzi più alti della politica, proprio grazie alla Lega. Quelle teorie che non provocano sdegno negli italiani, fino a quando non arriva il “pazzo isolato” a farcene capire le conseguenze più estreme e definitive.

Francesco “baro” Barilli

martedì 19 luglio 2011

Commenti, novità, presentazioni su “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova” - parte 2

Proseguiamo...

Quella che vedete qui accanto è l'illustrazione di Manuel per l'inserto "Spirito di Genova" (su Liberazione, 16 luglio 2011). E' anche il modo migliore per aprire questo pezzo, oggi, dieci anni dopo...





Qui potete scaricare il pdf di una breve recensione apparsa su Film Tv








E, a proposito di anniversario, leggete il pezzo che ho scritto per L'Isola dei Cassintegrati, con illustrazioni sempre di Manuel.















lunedì 4 luglio 2011

Commenti, novità, presentazioni su “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova”

Di seguito trovate alcuni links riguardanti commenti, recensioni, iniziative eccetera su “Carlo Giuliani, il ribelle di Genova” (alcune cose le avevo già segnalate la volta scorsa).


L’articolo di Checchino Antonini su Liberazione del 3 luglio 2011

“Il ribelle Carlo Giuliani: una vita perduta, una vita da non dimenticare”. Recensione di Alessandro Di Nocera per Lo Spazio Bianco

“Barilli, De Carli: raccontare Carlo Giuliani”. Davide Occhicone intervista me e Manuel per Lo Spazio Bianco

recensione su "Macondo"

recensione di Claudio Calia su Sherwood.it

Io e Manuel saremo a Roma a presentare il nostro lavoro il 7 luglio. La locandina col programma completo la trovate qui.

AGGIORNAMENTI - 8 LUGLIO 2011 E SEGUENTI

Intervista di Radio Città Fujiko (http://www.radiocittafujiko.it) al mio amico Marco Trotta che presenta "Genova 2011: la storia siamo noi - Dialoghi attorno ad un movimento globale" il 5 Luglio al TPO di Bologna (http://www.tpo.bo.it/node/536) e a me per "Carlo Giuliani, il ribelle di Genova": clicca qui per il download.

11 luglio: io e Manuel "ci separiamo" per una doppia presentazione: Manuel sarà allo Sherwood festival di Padova. Io alla festa della Federazione della Sinistra a Bologna.

Il 16 luglio io e Manuel saremo a Genova (Cortile Maggiore del Palazzo Ducale, ore 18.30). Locandina dell'evento.

venerdì 17 giugno 2011

Carlo Giuliani, il ribelle di Genova

Nei mesi scorsi vi avevo dato qualche anticipazione. Ora, eccovi la copertina.




















Testi miei, disegni di Manuel De Carli
Prefazione: Chiara Ingrao
Postfazione di Checchino Antonini (Liberazione)

Se volete saperne di più: eccovi l’intervista a me e Manuel per il blog dell’editore BeccoGiallo.

A questo link invece potete vedere Guido Ostanel (BeccoGiallo) parlare in anteprima del libro.





martedì 7 giugno 2011

Per sempre ragazzo. Racconti e poesie a dieci anni dall’uccisione di Carlo Giuliani

Per sempre ragazzo
Marco Tropea editore
Dal 30 giugno nelle librerie

Carlo privo di vita sull’asfalto di una piazza genovese. Nel pomeriggio di un 20 luglio, quello del 2001, infuocato dal caldo e dalle polemiche. Canottiera bianca, pantaloni e passamontagna blu. Rotolo di scotch al braccio. Immagini stampate in modo indelebile in una moltitudine di occhi disarmati. Fotogrammi di un amaro film che mai avremmo voluto vedere e invece di continuo invade la mente. Estintore contro pistola. Due spari, uno fatale. Carloa terra, maschera di sangue. La camionetta dei carabinieri passa e ancora passa sul suo corpo agonizzante. La morte si abbatte sui mille colori del movimento dei movimenti. Incredulità, sgomento. Rabbia.


Carlo Giuliani, ragazzo. Carlo Giuliani, per sempre ragazzo.

A dieci anni di distanza dal G8 di Genova 2001, trenta scrittori italiani raccontano il coraggio, la giovinezza spezzata, la non rassegnazione, la sete di giustizia. Pensieri, emozioni, sensazioni che riportano il lettore al clima di quei drammatici giorni.

Racconti e poesie di
Carmelo Albanese
Fulvia Alberti
Cristiano Armati
Nanni Balestrini
Francesco Barilli
Sergio Bianchi
Pino Cacucci
Massimo Carlotto
Geraldina Colotti
Maria Rosa Cutrufelli
Erri De Luca
Girolamo De Michele
Marco Di Renzo
Valerio Evangelisti
Annamaria Fassio
Roberto Ferrucci
Eros Francescangeli
Daniela Frascati
Ermanno Gallo
Fabio Giovannini
Giulio Laurenti
Paolo Nori
Alessandro Pera
Lidia Ravera
Marco Rovelli
Marco Sommariva
Paola Staccioli
Stefano Tassinari
Roberto Tumminelli
Lello Voce

Postfazione di Haidi Gaggio Giuliani

In appendice, una scheda sui fatti di Genova 2001 a cura di Giuliano Giuliani

Gli autori, la curatrice e l’editore devolvono l’intero importo di diritti e ricavi loro spettanti al Comitato Piazza Carlo Giuliani onlus.

lunedì 30 maggio 2011

Allora, come va?

Di commenti sulle amministrative ne avrete letti un bel po’. E ne arriverà un’altra carrettata nei prossimi giorni/settimane...
Quindi sarete stufi... E quindi sarò breve (almeno ci provo) e schematico. Ovviamente la mia analisi si soffermerà soprattutto sulle prospettive della sinistra, cui mi sento più vicino (pur con mille dubbi e distinguo che chi mi conosce sa già, e con cui non è il caso di annoiare gli altri).

CONTENTI? CERTO!!!!
E questo punto lo potrei chiudere qui. Poi, chiaro, è una contentezza che va modulata, che può assumere sfumature diverse, eccetera. Ma il risultato è il migliore che ci si potesse aspettare, di questi tempi.

BIPOLARISMO E VOTO UTILE
Questa è, almeno per me, una nota dolente. Non starò a spiegare perché io non sia un fan di bipolarismo e voto utile. Ma un’analisi oggettiva dice che si tratta di due elementi che esercitano ancora una notevole attrattiva sull’elettorato. Piaccia o meno, anche a sinistra, e di questo si dovrà tener conto (anche se, ripeto per non essere frainteso, sono fra quelli che non ne sono per nulla soddisfatti).
Intendiamoci, la vittoria di candidati “radicali” come Pisapia o De Magistris è innegabile; e poco conta che per me o altri non siano poi così radicali: conta che in questo modo siano percepiti. Però ho la sensazione che le elezioni abbiano premiato i candidati “contro il centrodestra” nella misura in cui questi si proponevano come alternativa concreta (leggasi: concreta a livello di possibilità di vittoria) nelle città interessate dal voto. Per intenderci: Pisapia e De Magistris, certo, ma anche il “marchionnista” Fassino a Torino, in una città in cui la sinistra non è debole e certamente è tutto meno che marchionnista.
Mi sembra, in sostanza, che queste elezioni siano state una scoppola per il centrodestra che è arrivata da qualsiasi coalizione alternativa (al centrodestra, per l’appunto) che si proponesse con valide possibilità di vittoria, indipendentemente dalla sua connotazione “radicale” o moderata.

MA… RADICALI O ANTISISTEMA???
Anche questo è un bel dubbio. Per carità, Milano non è Napoli, il voto era amministrativo, estrarre un giudizio complessivo di orientamento politico non è così immediato come si vorrebbe sperare, fatta salva l’evidente stanchezza verso Berlusconi e i suoi eccessi, eccetera eccetera. Infatti ho come la sensazione che, almeno in certe zone, il voto abbia evidenziato (più che “voglia di radicalità” o “voglia di sinistra”) proprio “stanchezza verso il sistema”. Così spiego il buon risultato delle liste 5 stelle e l’exploit di De Magistris, che non a caso in passato è stato il politico forse più vicino al movimento di Grillo.

“PICCOLA CITTA’, BASTARDO POSTO…”
Nelle piccole città (parlo proprio di piccoli centri con 6-10.000 abitanti, senza neanche una libreria, per intenderci) purtroppo non sento soffiare quel vento di cambiamento che spira a Milano, Napoli e nelle metropoli. E questo mi fa pensare che di Berlusconi ci potremo anche liberare, ma di Barbara d’Urso no. (criptico? Mica poi tanto, dai!!!).

IL CARISMA
Qui valgono considerazioni in gran parte analoghe a quelle fatte su bipolarismo e voto utile. Il “partito personale” del premier ha perso di brutto. Ma non ha perso, purtroppo, il personalismo della politica, né la tendenza leaderistica e populistica (quest’ultima, sia chiaro, declinata dagli altri attori in forme e quantità ben diverse da quelle proprie del PDL). SeL, IdV, 5 stelle sono tutte formazioni che non vanno immuni da questi difetti (“difetti” per me, ovvio).

I REFERENDUM
Sbaglio o nessuno dei neo eletti sindaci ha pensato di dire “bene: il prossimo passo sono i referendum di giugno”? Magari non l’ho sentito io (non sono ironico, ma sincero); se invece davvero non l’hanno detto, hanno perso un’occasione (in parte scusati dalla concitazione di questi momenti).

Beh: sono stato abbastanza breve, no?

Francesco “baro” Barilli

domenica 24 aprile 2011

Per Vittorio Arrigoni. E per le “anime schifose”

Caro Vittorio,
ti scrivo solo oggi, dopo i tuoi funerali. Forse perché sono fatto così, un po’ strano. Forse perché più della morte temo che quelle cerimonie, oltre a consegnare il nostro corpo alla sua ultima meta, rischino di essere il sigillo dell’oblio. E di una vita come la tua, al contrario, deve restare qualcosa di sempre attuale e presente. Specie ora, specie di questi tempi.
Molti altri hanno scritto di te. Persone che hanno conosciuto direttamente il tuo impegno e la tua umanità. Ho letto quelle testimonianze con commozione: aggiungere qualcosa di mio sarebbe inopportuno o retorico. Sia sufficiente il rimpianto per non averti conosciuto, se non virtualmente.
Voglio aggiungere solo due cose. Non a te, ma a chi anche in occasione della tua uccisione ha voluto distinguersi con “certi commenti”. Non voglio neppure elencarli, se non per dire che all’interno vi si potevano leggere i soliti strali, ormai diventati stereotipi, verso le “anime belle” e il “buonismo”…
Forse è ora di ricordare che se davvero esiste il buonismo (concetto che non mi è ben chiaro, ma dovrebbe essere – secondo quei soggetti – una sorta di bontà ingenua, nella migliore delle ipotesi, “pelosa” e dannosa) esiste pure il cattivismo: una cattiveria mai ingenua, sempre meschina. E che esisteranno pure le “anime belle”, ma anche quelle brutte. E persino quelle schifose.
Molti, fra quelli che invece ti hanno voluto ricordare per quello che eri davvero, hanno giustamente chiuso il proprio ricordo con quella tua bellissima frase: “restiamo” umani. “Diventarlo”, per certi personaggi, sarebbe più opportuno.
Grazie di tutto.
Francesco “baro” Barilli

sabato 2 aprile 2011

Lettera aperta a Manlio Milani

Lettera aperta a Manlio Milani (presidente Associazione familiari delle vittime di Piazza della Loggia) dopo la sua partecipazione a un’iniziativa promossa da Casa Pound

Caro Manlio,
sabato 26 marzo hai partecipato a un incontro organizzato da Casa Pound in un comune del bresciano. La tua presenza è stata duramente criticata dalla rete antifascista locale, che ha chiesto le tue dimissioni.
Sai meglio di me che la strage di Brescia è stata definita nel 1993 dall’allora Giudice Istruttore Gianpaolo Zorzi (semplice omonimia, lo preciso per i lettori non certo per te, con il Delfo Zorzi imputato nell’ultimo procedimento) “quella a più alto tasso di politicità”, per l’essere avvenuta durante una manifestazione organizzata il 28 maggio 74 dal comitato permanente antifascista e dai sindacati. Dunque può essere comprensibile lo sconcerto suscitato da un incontro fra il massimo esponente dei familiari delle vittime e i cosiddetti “fascisti del terzo millennio”.
Conosco lo spessore umano e politico del tuo impegno. So che per altri questo potrebbe aggravare, invece di lenire, lo sconcerto. Forse, passati alcuni giorni dal fatto, si può tentare un’analisi che sia meno viscerale.
Non ti nascondo di ritenere inopportuno legittimare (al di là delle proprie intenzioni, e sulla limpidezza delle tue sono pronto a scommettere) una realtà come Casa Pound. Rispetto la tua disponibilità, o forse dovrei dire coraggio, “nell’affrontare il nemico”, e sono certo che nell’incontro avrai detto ciò che dici sempre. Il punto, semmai, sta nel sapere se davvero “il nemico” abbia la stessa voglia di capire e dialogare. Alcuni a questo proposito citano spesso la Commissione ”verità e riconciliazione” sudafricana, ma proprio quell’esempio dovrebbe far capire che un dialogo, sia pure lacerante e doloroso, deve basarsi su trasparenza e sincerità di entrambe le parti: se sulle tue si può contare, non mi sento di dire altrettanto per Casa Pound.
Premesso questo, a chi non si è limitato a criticarti, ma ha chiesto le tue dimissioni voglio ricordare un aneddoto. Novembre 2002, Delfo Zorzi è in un’aula di tribunale, ma con alcune particolarità: è presente da cittadino giapponese; è parte lesa, non imputato, per un processo per “danno d’immagine” subita; infine, l’aula del tribunale è a Tokyo... Tu prendi un aereo e ti fai Brescia-Tokyo e ritorno solo per vederlo in faccia. Per parlargli, per dirgli di tornare in Italia ad affrontare un altro processo, quello che lo vede imputato per la strage. Zorzi ti risponde con poche parole sull’inaffidabilità dei giudici italiani. Giovanni Maria Bellu sull’Unità del 17 novembre 2010 ha ricordato l’epilogo dell’incontro: uscendo dall'aula pensasti “strano, ho risentito il rumore della bomba”.
Credo che quel botto tu l’abbia risentito anche sabato 26 marzo, dopo aver raccontato nell’iniziativa di Casa Pound, come sempre senza reticenze o ambiguità, la violenza fascista e stragista, le collusioni con apparati statali, l’ennesima sentenza di assoluzione del novembre scorso… E credo che l’aneddoto giapponese sappia spiegare lo spirito con cui ti approcci “all’altro”, anche quando è “un nemico”.
Questo vorrei dire a chi ha chiesto le tue dimissioni. Che conosco il tuo passato, l’impegno che metti da anni nel difendere la memoria storica della strage fascista, la fatica che hai fatto nel batterti, nonostante molte delusioni, per arrivare a un risultato processuale e per tentare che sulla strage non calasse il silenzio. Il tuo è il racconto di chi l’antifascismo lo testimoniava già 37 anni fa in quella piazza a Brescia, pagando un prezzo altissimo. Per questo credo ti sia conquistato un patrimonio di fiducia e credibilità che non può essere demolito da un singolo episodio.
Non so se anch’io mi sono costruito (in questi anni su reti invisibili, lavorando fianco a fianco con i comitati delle vittime, scrivendo di fatti che vanno da Portella della Ginestra a Federico Aldrovandi passando attraverso Piazza Fontana e i fatti di Genova) una certa credibilità come compagno e antifascista. Lo spero… E per questo dico che si possono manifestare critiche verso la tua scelta, ma non si può disconoscere il tuo impegno. Umanamente sarebbe ingiusto, ottuso, crudele. Politicamente sarebbe un errore peggiore di una partecipazione a un dibattito a Casa Pound.
Francesco “baro” Barilli

venerdì 25 marzo 2011

Alla faccia dei diritti dell’uomo…

Giovanna d’Arco fu giustamente bruciata sul rogo in quanto eretica. E Gesù Cristo fu crocefisso dopo un regolare processo. Certo, sussistono alcuni dubbi sulle garanzie di cui i due imputati hanno goduto nel corso dei rispettivi procedimenti, ma non sulla regolarità degli esiti. In compenso, i congiunti dei due famosi condannati non hanno dovuto perdere tempo nell’attesa di una decisione della Grande Chambre della corte europea dei diritti dell’uomo. Nome assai pomposo, che oggi suona beffardo.
Sinceramente tremo al pensiero che i diritti fondamentali dell’individuo siano verificati da giudici che hanno saputo dichiarare, per il caso Carlo Giuliani e riguardo l’organizzazione dell’ordine pubblico di quei giorni, che pur “in assenza di un’inchiesta interna approfondita … le autorità italiane hanno fatto tutto quello che ci si poteva ragionevolmente aspettare da loro per fornire il livello di protezione richiesto in caso di operazioni che comportano un rischio potenziale di ricorso alla forza letale”. O ancora, a proposito dell’utilizzo da parte di diversi carabinieri di manganelli vietati (tondini in ferro e simili) che non si vede “in cosa questa circostanza possa essere messa in relazione con la morte di Carlo Giuliani”. Davvero colpito da tante sensibilità!
Vorrei ricordare alla corte di Strasburgo che nel processo a 25 manifestanti la sentenza (pure criticabile, in considerazione delle durissime pene comminate per atti che, nella peggiore delle ipotesi, possono essere classificati come gravi danneggiamenti a cose, e non a persone…) ha almeno ammesso che l’attacco al corteo dei disobbedienti, che portò alla tragedia di Piazza Alimonda, fu “non solo illegittimo, ma ingiustificato e sproporzionato alla situazione”. Il tribunale genovese è giunto a definire la prima reazione dei manifestanti “una reazione legittima nei confronti di atti arbitrari dei pubblici ufficiali”. Ma a Strasburgo hanno almeno letto gli atti?
Ad Haidi, Giuliano ed Elena non posso dire nulla. Solo un abbraccio. Nulla di meno importante, nulla di più importante...
Francesco “baro” Barilli

domenica 20 marzo 2011

Varia umanità, cosa bolle in pentola (n. 2) e il nucleare…

Da un mese, per i soliti casini di tempo, non aggiorno il blog. Così non sono riuscito a segnalare le iniziative programmate a Bologna nell’anniversario dell’uccisione di Francesco Lorusso. Rimedio comunicando che qui potete trovare alcuni articoli sull’argomento, e approfitto dell’occasione per ringraziare l’amico Mauro Collina, vera e propria anima organizzativa (e non solo!) delle giornate bolognesi su Lorusso.
Stesso discorso per l’anniversario milanese di Fausto e Iaio: mi cospargo il capo di cenere…

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C’è un’altra importante iniziativa che non sono riuscito a comunicare in tempo, ma stavolta posso rimediare: almeno virtualmente potete visitare la mostra organizzata dal laboratorio Lapsus “La strategia della tensione e le stragi impunite (1969-1984)”.

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Passando alle “cose che bollono in pentola” continuo a scoperchiare con attenzione il pentolone dei segreti con una nuova tavola di Manuel De Carli (qui in fondo).



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Segnalo, questa volta esagerando con l’anticipo, che il 10 aprile sarò ancora a Bologna, stavolta per una presentazione di “Piazza Fontana”. Il sito di chi organizza l’iniziativa è questo.

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In tutto questo calderone infilo anche la mia modesta riflessione sul disastro che ha colpito il Giappone e sul nucleare.
Su terremoto e tsunami c’è poco da dire: solo lo sgomento.
Sul nucleare: sono sempre stato contrario, ma la tragedia giapponese dovrebbe insegnare qualcosa. Molto più, intendo, di quanto emerga dalle pur abbondanti cronache di questi giorni.
Innanzitutto, stiamo parlando di un paese che pur essendo attentissimo all’edilizia antisismica (tanto da affrontare con relativa tranquillità scosse che porterebbero la distruzione in altre nazioni) di fronte al pericolo nucleare può solo sperare, pregare e tirare secchiate d’acqua sui reattori di Fukushima.
Sia chiaro: questa NON è una critica al Giappone. Al contrario, quello che ci insegna la vicenda è che l’energia nucleare non è controllabile, almeno col bagaglio di tecniche e conoscenze attualmente a disposizione. Un nucleare sicuro, allo stato, è impossibile.
Mi si potrebbe obbiettare che, analogamente, non è neppure possibile costruire un viadotto, un ponte, un condominio che siano “sicuri al cento per cento”. Possiamo ragionevolmente pensare di alzare gli standard qualitativi, di realizzare edifici o infrastrutture in grado di resistere a sollecitazioni X maggiori di Y, ma la natura non rispetta i nostri standard, per cui la sollecitazione “X+1” sarà sempre possibile, e potrà sempre distruggere la nostra opera e le nostre certezze.
Tutto vero. Ma la distruzione di un ponte (o di un viadotto, un edificio eccetera) è un evento che, per quanto tragico, si chiude in se stesso. Un incidente nucleare, al contrario, non si chiude in se stesso”, non è circoscritto nel tempo o nello spazio, non si limita alle conseguenze dirette delle radiazioni sugli esseri umani…
Per farla breve, a costo di essere brutale: il pianeta in Giappone ha scoreggiato, e a chi si è lamentato ha risposto “sono io il padrone di casa e faccio quello che mi pare”. Non è stato né educato né “democratico”, ma al contrario di noi NON è tenuto ad esserlo. Sarà meglio tenerlo presente per il futuro. Cominciando col 12 giugno…

venerdì 4 febbraio 2011

Sangue e merda

Un vecchio politico socialista (mi pare fosse Rino Formica – vi sorprenderà che io citi un socialista della cosiddetta prima Repubblica, ma passate oltre) diceva “la politica è sangue e merda”.
Dopo aver riflettuto sulle ultime vicende italiane, tutto quello che mi sento di dire di sensato – almeno in breve – è che ora è rimasta solo la prima.
A voler giocare con Gramsci (“il pessimismo della ragione, l’ottimismo della volontà”) l’ottimista potrebbe dire “per fortuna non c’è più il sangue”, il pessimista “purtroppo è rimasta solo la merda”.

Il pensiero corre a dieci anni fa. A quello slogan “un altro mondo è possibile” che ci ha fatto sperare, a Genova e subito dopo.
Sì, lo so che lì il sangue c’è stato. Il ricordo non ha smesso di ferirmi. Questo non toglie che quella stagione sia stata anche una breve primavera. Che forse non abbiamo compreso appieno.
Ho sempre pensato che quello slogan fosse bello ma incompleto. Un altro mondo è possibile se sappiamo trovare un altro modo di fare politica: niente è più lontano da questa idea di quel che stiamo vivendo in questi giorni.
Comunque vada, sarà dura uscirne…

“... Ognuno odia il potere che subisce, quindi odio con particolare veemenza il potere di questi giorni. E un potere che manipola i corpi in un modo orribile, che non ha niente da invidiare alla manipolazione fatta da Himmler o da Hitler. Li manipola trasformandone la coscienza, cioè nel modo peggiore, istituendo dei nuovi valori che sono dei valori alienanti e falsi, i valori del consumo, che compiono quello che Marx chiama un genocidio delle culture viventi… Sono caduti dei valori, e sono stati sostituiti con altri valori. Sono caduti dei modelli di comportamento e sono stati sostituiti da altri modelli di comportamento. Questa sostituzione non è stata voluta dalla gente, dal basso, ma sono stati imposti dal nuovo potere consumistico…”
(Pier Paolo Pasolini)

lunedì 31 gennaio 2011

Cosa bolle in pentola?

Allora: lista degli argomenti recenti di cui NON ho parlato:
- Bunga Bunga
- Caso Battisti
- L’ultima intervista rilasciata da Licio Gelli (per questa almeno posso segnalarvi il link. E' apparsa su "Il Tempo", 28 gennaio 2011, ed è stata raccolta da Attilio Ievolella. Grazie a Marco per avermela segnalata).

Sui primi 2 ci sarebbero diverse cose da dire (in campi e modi diversi, ovvio) ma ho poco tempo e poca voglia.

Sul terzo punto, a mancare è solo il tempo.
Per ora mi limito a sottolineare un passaggio dell’intervista al “venerabile”:

«Quel Piano, come lo chiama lei, non solo lo rifarei, ma vorrei anche riuscire ad attuarlo, se solo avessi venti anni di meno. All'epoca, se avessimo avuto quattro mesi di tempo ancora, saremmo riusciti ad attuarlo... In quel momento avevamo in mano tutto: la Gladio, la P2 e... un'altra organizzazione, che ancora oggi non è apparsa ufficialmente, non creata da noi ma da una persona che è ancora viva tutt'oggi, nonostante abbia oramai tanti anni... Avevamo tre organizzazioni... ancora quattro mesi di tempo e avremmo sicuramente messo in pratica il Piano. Che, sia chiaro, era valido allora e sarebbe valido anche adesso. Certo, servirebbero delle modifiche, ma attuando il Piano non saremmo arrivati alla situazione che, in Italia, si vive oggi...»

Qual era questa terza organizzazione?
«Mi dispiace, ma non ricordo, davvero...»


L’allusione alla “altra organizzazione”, oltre a Gladio e P2, mi sembra abbastanza trasparente (il cosiddetto “Noto servizio”).

Per quanto riguarda la persona ancora viva tutt'oggi, nonostante abbia oramai tanti anni: una bambolina usata a chi indovina il riferimento.

Ma oggi voglio invece fare un accenno a quel che bolle in pentola da parte mia. Cose abbastanza complesse, tanto da togliermi il tempo per altri articoli o commenti.

Una la sapete già: è il fumetto su Piazza della Loggia, su cui sto lavorando assieme a Matteo Fenoglio (non è un segreto: tempo fa se ne è parlato anche sull’Unità). Un lavoro per cui dovrete però ancora pazientare un annetto…

Il lavoro che apparirà più a breve (metà giugno, spero)… Beh, anche questo non è un gran segreto: chi ha visto il calendario Memoria Resistente 2011 ha già capito ci cosa parlo.
Però, tanto per “giocare” un po’ col mistero, per ora dico solo che:
- è un altro fumetto
- il mio compagno d’avventura stavolta è Manuel De Carli
- comincerò a postare qualche immagine, a cominciare da oggi.

mercoledì 12 gennaio 2011

"I bambini non nati di mio fratello Luigi". Di Lorenzo Pinto

Grazie a una segnalazione pervenutami alla casella di posta di reti-invisibili, voglio ricordare Lorenzo Pinto, pubblicando una lettera che scrisse per La Repubblica il 29 maggio 2002, in ricordo del fratello Luigi, deceduto nella strage di Piazza della Loggia.
Purtroppo non ho fatto in tempo a conoscere personalmente Lorenzo. Ma ho avuto modo di leggerne gli scritti, apprezzando il suo impegno civile: è giusto ricordare Lorenzo Pinto, ora che purtroppo anche lui ci ha lasciati...


"Gino guarda Lorenzo, Gino guarda Lorenzo", - ...così prega la madre di Gino, oramai settantatreenne e si raccomanda al Dio buono degli uomini di proteggere le persone care rimaste. Gino, così chiamiamo Luigi nel sud dell'Italia, non fu poi molto fortunato. Ritornò in una cassa di mogano, avvolta in una bandiera tricolore da un lato e dall'altra con una bandiera rossa. Morì perché era di spalle a un cestino portarifiuti imbottito di tritolo, fatto esplodere la mattina del 28 maggio del 1974 a Brescia, in piazza della Loggia. Gino era sposato da otto mesi, con una donna dai capelli d'oro, una donna del Nord. Io ero poco più di un ragazzo e sognavo Di Vittorio al posto di Robin Hood - "Di Vittorio conosce il vocabolario italiano a memoria!", dicevano i vecchi della sezione comunista.
Tre processi, quattro istruttorie, la quinta è in corso, 28 anni sono trascorsi, nessuna verità giudiziaria. A volte mi chiedo come possono vivere o come hanno potuto vivere questi personaggi. Come hanno potuto accarezzare la fronte dei propri figli, baciato la donna amata, sognato se mai un mondo migliore?
Io non parlo e non chiedo la giustizia dei tribunali. Stando alle pronunce dei tribunali, Mussolini non ebbe parte nell'omicidio di Matteotti, Trotzkji si unì a Hitler contro l'Urss, Sacco e Vanzetti erano colpevoli, Persano fu l'unico responsabile di Lissa, Anna Bolena meritò la decapitazione perché adultera e Giovanna d'Arco il rogo perché vestiva abiti maschili. In sede storica la decisione dei tribunali è stata spesso un buon viatico per la tesi opposta. Per me, giustizia è la consapevolezza degli uomini di che cosa è accaduto.
Da molto tempo le stragi non sono più raccontate; commemorate, sì, ma ridotte a eventi lapidari. La memoria è duratura se è un racconto ripetuto: racconto, cioè svolgimento narrativo e non rappresentazione di un evento isolato; ripetuto, in quanto abbia un senso al mutare del contesto e delle generazioni.
Io, adesso, non sono più un ragazzo che sogna "Di Vittorio al posto di Robin Hood", sogno come sarebbe stato mio fratello Gino, i suoi occhi ridenti, e se fossi stato lo zio dei suoi figli avrei cantato loro la ninna nanna della mia terra. Non è così.
Dovremo avere un giorno della memoria, come per le vittime dei campi di sterminio, dedicato ai caduti per stragi, terrorismo, mafia. Un giorno dell'anno, rosso sul calendario.

di Lorenzo Pinto

(lettera pubblicata sul quotidiano La Repubblica del 29 maggio 2002)